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Checco Zalone e l’industria cinematografica

Il film di Checco Zalone, il comico pugliese oramai alla sua quarta prova cinematografica, è qualcosa di più di un semplice successo cinematografico, è oramai diventato un caso sociologico (oltre che un caso economico: più di 50 milioni di euro di incassi, significa una boccata di ossigeno straordinaria per un’industria cinematografica in affanno come quella italiana).
Perché bisogna parlare di caso sociologico? Perché il successo di Zalone è stato interpretato da molti come una rivolta della parte più ingenua e popolare della società contro l’elite (i radical-chic, come viene definita con spregio) che non è più un grado di comprendere e di interpretare i bisogni delle masse popolari, accusa ancora più infamante se ammantata di critica politica: sono le persone di sinistra che oramai fanno parte dell’elite e quindi hanno perso i legami con il popolo che pretendono di rappresentare.

Siamo davvero a questo punto? La critica alle elite è vecchia come la società di massa, e se vogliamo andare a un esempio – relativamente – recente tratto di nuovo dall’immaginario cinematografico, dobbiamo ricordare l’imprecazione fantozziana contro la Corazzata Potemkin, odiato film da chi vuole passare la serata guardando la partita della nazionale. (ma la critica all’abuso del cinema d’autore e alla sua riflessione è legata anche all’urlo di Nanni Moretti: “No il dibattito, no!”, ed è buffo Perché Nanni Moretti è considerato esponente di quella elite radìical chic che disprezza Zalone).

Il Film di Zalone è in realtà una satira – non tanto cattiva – dei difetti della piccola borghesia italiana, legata ai miti del posto fisso, incapace di comprendere e rispettare le logiche del vivere civile (rispettare la fila, non suonare il clacson, parcheggiare in modo corretto), indisciplinata e priva di senso della comunità. Il solito familismo amorale in salsa comica. Il personaggio Zalone è ribaldo e simpatico, il film è scritto e girato con dispiego di mezzi, il linguaggio e la struttura sono televisivi, ma con qualche tentativo di pensare cinematograficamente. Non siamo certo alla rivoluzione, né siamo alla nascita di un talento che per ora è legato sostanzialmente a una maschera. I grandi estimatori (tutti radical chic che fingono di non esserlo) ricordano Alberto Sordi o Totò, ugualmente derisi dalla critica cinematografica e oggi passati a  esemplari del costume italiano. Ma per essere pari a questi esempi occorre uscire dallo stereotipo, essere fedeli a se stessi, ma innovativi come linguaggio, e di questo l’ottimo Zalone non fa intravedere traccia. Quindi aspettiamo il prossimo successo, che sarà ancora più grande del primo, e tutti ci godremo la garbata commedia senza cattiverie del comico barese. Ma forse l’epoca attuale è davvero mediocre se deve rispecchiarsi in Zalone per essere rappresentata.